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Babbo Natale

e l’Amanite Muscaria

di Mirko Cattani

Con l’arrivo delle feste natalizie e con l’accorciarsi delle giornate, è consuetudine decorare case e paesi con addobbi
colorati, candele e svariati tipi di luci e lanterne, in modo da rendere più luminoso e accogliente il periodo più buio
dell’anno. L’atmosfera del natale infonde gioia, calore e un pizzico di magia laddove, altrimenti, ci sarebbero oscurità e
gelo.
Con l’arrivo della neve ci si tende a ritirare nelle case o in luoghi accoglienti, a godere del calore di una stufa accesa, in
compagnia di amici o parenti con i quali condividere una gustosa tazza di cioccolata calda, o un dolce e speziato brulé.
Circondati dagli addobbi realizzati con rami intrecciati di pino e abete, permeati dal profumo della resina, ciuffi di vischio
e nastri di ogni colore e forma, le giornate passano dolci e rapide fino alla magica notte di Natale.
Spesso però tendiamo a dimenticare che tutte queste tradizioni non provengono da usanze cristiane, bensì da tradizioni
germaniche o precristiane. L’usanza di raccogliere il vischio, la pianta sacra dei druidi, di intrecciare ghirlande con rami
di abete, foglie di agrifoglio, bacche e candele, non hanno nulla a che vedere con la celebrazione della nascita di Cristo.
Difatti, queste usanze appartengono alla tradizione pagana dello Yule, ossia la festa del solstizio d’inverno, durante la
quale si celebra la rivincita della luce sull’oscurità, che porterà a giornate sempre più lunghe e notti sempre più corte.
In antichità, infatti, quando i cristiani convertirono i popoli germanici e nordici al cristianesimo, furono riadattate molte
delle loro usanze, sostituendo le principali ricorrenze delle tradizioni pagane con festività cristiane (Gesù molto
probabilmente non nacque il 25 dicembre!).
Uno dei simboli più famosi del Natale è rappresentato da un simpatico omone paffuto e dalla lunga barba bianca
accompagnato dalle sue fedeli renne, Babbo Natale!
Ma chi si cela veramente dietro a questa figura amata da tutti i bambini? La verità potrebbe sorprendervi!

Questa magica figura, in realtà, esiste da molti secoli e origina da antichi miti nordici sopravvissuti alla censura
cristiana.
Nei racconti mitologici dei popoli siberiani, questo simpatico personaggio è conosciuto come Uomo-Amanita e legato
quindi al famoso fungo delle fiabe, l’Amanita muscaria. I colori degli indumenti con cui quest’uomo dalla folta barba
viene rappresentato, corrispondono ai colori del fungo, ovvero il bianco e il rosso.
Si narra che questa entità appariva agli sciamani nel corso dei loro rituali, attraverso i quali veniva ingerita l’amanita per
suscitare visioni ed esperienze mistiche. Per via degli alcaloidi contenuti nel fungo, lo sciamano viveva allucinazioni sia
visive che uditive, appariva disarticolato nel linguaggio e nei movimenti, ed era in grado di compiere salti poderosi e
sforzi fuori dal normale.
Durante il solstizio d’inverno, lo sciamano, vestito da uomo-amanita, vagava nei villaggi portando il sacro fungo agli
eletti e a chi si era dimostrato meritevole di questo dono.
Anche la raffigurazione della renna volante trova le sue origini da queste usanze. Gran parte del principio attivo
allucinogeno contenuto nel fungo, il muscimolo, non viene metabolizzato completamente dall’organismo e viene quindi
espulso inalterato con le urine, mentre le proprietà delirogene della muscarina, altra sostanza che provoca anche effetti
collaterali molto spiacevoli come nausea e vomito, vengono distrutti dal metabolismo e sono assenti nell’urina.

Ovviamente, in quei tempi, non esistevano chimici o laboratori per comprendere i meccanismi farmacodinamici di
queste sostanze; gran parte della conoscenza derivava dalla sperimentazione o dall’osservazione diretta delle abitudini
degli animali che vivevano nei territori circostanti.
Le popolazioni siberiane iniziarono a notare che le renne apprezzavano moltissimo questo appariscente fungo e si
resero per di più conto che dopo averlo consumato, questi splendidi animali si comportavano in modo insolito e bizzarro
ma, cosa ancor più strana, le renne che non avevano ancora consumato il fungo preferivano bere l’urina di quelle che lo
avevano già mangiato piuttosto che nutrirsi del fungo stesso, ottenendo gli stessi effetti comportamentali. Proprio per
questo motivo, nelle leggende Babbo Natake veniva accompagnato dalle renne volanti, chiaro riferimento agli stati
allucinatori di questi animali. Da qui deriva anche il nome inglese “Fly agaric”.
Queste popolazioni nordiche presero spunto dal comportamento delle renne e, coloro che non avevano diritto ad
accedere al consumo del fungo, ossia non erano tra gli “eletti”, così come le renne, anche loro bevevano l’urina di chi
l’aveva consumato, e, per via dell’assenza di muscarina, l’esperienza visionaria era più leggera e priva di effetti
collaterali spiacevoli, ma nonostante ciò efficace per chi ne faceva esperienza.

L’uso di questo fungo è probabilmente molto più antico di quanto possiamo immaginare. Secondo alcune teorie, ed in
particolar modo quelle formulate dall’illustre etnomicologo Robert Gordon Wasson, si può risalire al consumo
dell’Amanita muscaria come fonte d’ispirazione alla scrittura dei testi vedici. Il sacro Soma, ovvero la bevanda sacra
citata nei testi vedici e più precisamente nei primi inni del Ṛgveda (scritto tra il 2000 e il 1500 a.C. circa), altro non è che
un preparato realizzato con l’Amanita muscaria, grazie al quale gli antichi saggi che dedicarono la propria missione di
vita alla stesura di questi testi sacri (dai quali originano le filosofie orientali) acquisivano vigore e saggezza.
A quanto pare l’utilizzo di funghi in grado di produrre stati di coscienza non ordinaria era consuetudine di diverse
culture, come quella greca; si ritiene, infatti, che venissero sfruttati gli alcaloidi dell’ergot (Claviceps purpurea) nella
preparazione del kykeón, la bevanda rituale legata, in particolare, al digiuno osservato durante la celebrazione dei
misteri eleusini.
E come Alice (nel libro di Lewis Carroll) che cambiava dimensione per via dell’Amanita muscaria sul quale sedeva il
brucaliffo, intento a fumare la sua pipa, anche noi ora cerchiamo di inoltrarci in un’altra dimensione legata a questo
pittoresco fungo, quella delle sue proprietà in ambito terapeutico.
Secondo alcuni studi, il muscimolo contenuto nell’Amanita muscaria essiccata, è in grado di stimolare il sistema
parasimpatico agendo pertanto sugli stimoli nervosi. Proprio per questo motivo, potrebbe avere delle possibili
applicazioni per aiutare ad affrontare la menopausa e i suoi effetti, mitigando ad esempio l’agitazione eccessiva, ed
oltretutto per il trattamento di crampi intestinali e vescicali e altri sintomi accompagnati da dolore e irrequietezza.
Secondo alcune fonti, poche gocce di tintura madre di questo fungo per via sublinguale possono essere utilizzate per
migliorare coscienza e lucidità, ma anche per aumentare la forza e l’energia fisica.

Secondo recenti studi si è visto che il muscimolo, uno dei principi attivi dell’Amanita muscaria, è un derivato dell’acido γ-
Amminobutirrico (GABA), e agisce sui suoi recettori. Le sostanze che stimolano la neurotrasmissione GABA-ergica
inducono rilassamento muscolare, sedazione, sonno ed effetti ansiolitici. Si ipotizza quindi un’azione antidepressiva per
via dell’aumento dei livelli di serotonina e dopamina indotte dal muscimolo e variabili a seconda del dosaggio e dei
contesti di somministrazione.
L’utilizzo del fungo per via topica, invece, sotto forma di tintura o impacco, si è rivelato utile come analgesico e
antidolorifico contro dolori muscolari e articolari, distorsioni, infiammazioni, artrite, e altre fonti di dolore. Ciò è dovuto
alla presenza di alcuni principi attivi (Fucomannogalactano FMG-Am e β-D-glucano βGLC-Am) che in alcuni studi
hanno dimostrato un grande effetto antinfiammatorio e antinocicettivo, producendo una potente inibizione del dolore
infiammatorio.
L’Amanita muscaria viene utilizzata anche in omeopatia. L’“agaricus muscarius”, infatti, è un rimedio omeopatico che
può rivelarsi utile in caso di febbri, vertigini, geloni e cefalee ma anche nel trattamento di spasmi, difficoltà di
concentrazione, nausea e vomito.
Viene chiamato il “rimedio dell’ubriaco” proprio perché questo rimedio va ad agire sui classici effetti causati dall’abuso di
alcool, contrastandoli. L’ingestione del fungo, infatti, provoca un’intossicazione caratterizza da sintomi simili a quelli di
un’ubriacatura come un’accentuata incoordinazione motoria, eccitazione, vomito e disturbi gastroenterici.

La cattiva fama di questo fungo, conosciuto anche come “ovolo malefico”, e l’ignoranza generale sugli aspetti meno
conosciuti della micologia, porta molti raccoglitori, che vagano nei boschi alla ricerca di specie edibili, a calpestare o
prendere a calci questa interessantissima e ancora poco studiata specie.
Nonostante le storie affascinanti di cui vi ho parlato in questo articolo, è importante non sottovalutare la tossicità di
questa specie che, se utilizzata nel modo sbagliato e incosciente, può rivelarsi pericolosa per la salute. Le dosi
terapeutiche soprammenzionate non hanno nulla a che vedere con l’uso del fungo per accedere a stati di coscienza
non ordinaria. Lo scopo di questo articolo è quello di fare luce su aspetti poco conosciuti e molto interessanti che hanno
come protagonista questa specie e non vogliono in nessun modo incoraggiare il suo utilizzo scriteriato.

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2025-12-10T18:41:00+01:00
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